Emanuele Marchiori e Chiara Pomiato raccontano Decalogo dell’Amore
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04/02/2026 | lorenzotiezzi
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Ci sono dischi che parlano d'amore in astratto, come se fosse un concetto da maneggiare con cura. Decalogo dell'Amore, l'album che segna il debutto discografico di Emanuele Marchiori e Chiara Pomiato, fa il contrario: lo riporta nei posti dove l'amore succede davvero. Una cucina, un treno, un salotto. Luoghi normali, abitati, a volte scomodi. Ascoltando il disco si ha la sensazione che le canzoni non nascano da un'idea, ma da una scena precisa, con una luce, un rumore di fondo, una distanza tra due persone. In questa intervista i due artisti ci hanno raccontato il loro lavoro partendo proprio da lì: dai luoghi, dal tempo lento, dalle domande che non cercano una soluzione rapida.
Quando si ascolta il disco la sensazione è che molte canzoni nascano in luoghi veri, non in un'idea astratta di “amore”. La cucina, il treno, il salotto... vi siete accorti anche voi che il luogo è entrato quasi come terzo personaggio?
Sì, ma più che “terzo personaggio” direi: palcoscenico. Il luogo non è uno sfondo realistico, non è la cartolina del quotidiano: è la scena dove la canzone accade, con le sue regole, i suoi oggetti, i suoi movimenti. È quasi una regia: cucina, treno, salotto... non sono “posti”, sono dispositivi narrativi.
Perché certi discorsi sull'amore, se li metti nel vuoto, diventano subito filosofia o poesia generica. Se invece li pianti in un luogo concreto, succede una cosa: l'amore torna a essere quello che è davvero — una faccenda fatta di gesti, di distanze, di luci, di rumori, di tempi. Il luogo ti obbliga alla verità: in cucina non puoi mentire troppo a lungo, in treno hai quel tipo di solitudine piena di gente, in salotto c'è la rappresentazione di ciò che “va tutto bene” mentre magari sotto c'è la crepa.
E poi c'è un punto che per noi è centrale e che nel progetto emerge bene anche nel podcast e nelle immagini: il luogo contiene già la drammaturgia. Non è che noi raccontiamo una storia “che potrebbe accadere ovunque”: noi scegliamo il luogo perché quel luogo porta già una tensione, un ritmo, una postura emotiva. È teatro-canzone senza dichiararlo: la scena decide come si parla, quanto si tace, dove cade il peso della frase. Le immagini che accompagnano le canzoni nel CD e il racconto nei podcast servono proprio a questo: non a “spiegare” il brano, ma a mostrarti che ogni pezzo ha una stanza, un corridoio, un sedile, una luce. Come se l'amore, per esistere davvero, avesse bisogno di un posto preciso — e che quel posto, alla fine, è la nostra vita.
In “Come si fa... amarsi ancora” non c'è una risposta, solo una domanda che resta aperta. Vi andava proprio di lasciare l'ascoltatore senza soluzione, come succede spesso nella vita?
La domanda resta aperta, sì. Però non è un vuoto: è un modo di essere onesti. Non volevamo la risposta “da manuale”, quella che suona bene e dura poco. Volevamo una domanda che ti resta addosso, come quando la vita non ti concede finali puliti. Eppure, dentro i versi, la risposta si intuisce: arriva quasi spontanea quando la quotidianità non è soltanto sopravvivenza, ma diventa consapevolezza. Quando ti accorgi dell'altro mentre succede. Quando il dialogo non è un discorso solenne, ma una pratica minuta: guardarsi, ascoltarsi, rimettersi in pari, non dare per scontato.
La canzone non “risolve”: indica una postura. E se uno la abita davvero, la risposta non diventa una frase: diventa gesto.
Alcune canzoni sembrano parlare sottovoce (Taciturni, Senza te), altre invece sorridono di traverso. Vi viene naturale questo passare dal serio all'ironia, o è qualcosa che avete cercato in fase di scrittura?
È naturale, perché la vita è così: ti fa piangere e un minuto dopo ti mette davanti una cosa ridicola, e tu devi scegliere se diventare marmo o restare umano. Il sottovoce per noi è una forma di rispetto: certe cose, se le gridi, le tradisci. Altre, invece, chiedono quell'ironia obliqua che non serve a sminuire, ma a non cadere nella retorica. L'amore, se lo prendi sempre con solennità, diventa un santino: bellissimo, ma immobile. Quindi sì: passiamo dal serio all'ironia non come trucco, ma come difesa intelligente. Un modo per dire: “stiamo parlando di cose enormi, ma restiamo con i piedi nel pavimento”.
Avete messo i vostri figli dentro il suono del disco, ma senza esporli come protagonisti. È stato difficile trovare quel confine tra tenerli vicini e proteggerli?
Quello è stato il confine più delicato. Perché è facile far diventare i figli “un effetto” — e noi non volevamo. Li volevamo dentro come si tiene qualcuno in casa: presenti, veri, ma protetti. Non protagonisti, piuttosto una presenza che rende il gesto più artigianale, più collettivo, più reale.
In fondo il disco nasce come eredità affettiva: sarebbe stato strano raccontare un'eredità per loro senza farli respirare nel suono. Però la regola era semplice: niente esposizione, niente posa. Il loro posto è quello giusto: vicini, non esibiti.
Da fuori questo progetto sembra molto “pensato”. Ma, mentre lo facevate, c'è stato anche spazio per l'imprevisto? Un brano che ha preso una strada che non avevate previsto?
Sì, c'è stato spazio per l'imprevisto, e meno male. Perché un disco troppo pensato rischia di diventare una casa perfetta dove però non vive nessuno.
L'imprevisto è stato spesso un correttore morale: una pausa che sposta il senso, un accento che cambia la temperatura emotiva, un dettaglio sonoro che ti costringe a riscrivere perché la canzone “chiede” un'altra verità.
È come in coppia: tu progetti, poi succede una cosa, e devi decidere se salvare l'idea o salvare la relazione. In studio abbiamo provato a fare lo stesso: salvare la canzone, anche quando ci portava altrove.
Dopo aver chiuso un lavoro così denso, vi siete mai chiesti: adesso che questa storia è fuori, che cosa resta a casa con voi?
Resta la parte più silenziosa, quella che non si stampa. Restano i luoghi — cucina, salotto, corridoi — solo che adesso hanno una traccia in più: come se il tempo fosse passato lasciando un segno visibile. E resta una sensazione strana, quasi serena: aver messo ordine non per controllare la vita, ma per riconoscerla. Quando un'opera esce, ti porta via l'illusione che fosse solo tua. Però ti restituisce un'altra cosa: la prova che il gesto era necessario. E che, paradossalmente, ciò che resta “a casa” non è meno intimo: è più chiaro.
Infine, qualche concerto da segnalare a noi di NightGuide?
Per ora no, e lo dico con serenità: questo disco è un debutto, sì, ma anche un ritiro dalle scene. Non nel senso drammatico, più nel senso artigianale: è un'opera compiuta, chiusa, pensata insieme al podcast come un unico corpo narrativo. Non nasce per stare sotto i riflettori, nasce per lasciare qualcosa che resti. Se e quando ci saranno esibizioni, non le immagino come “tour” — che è una parola un po' muscolare, da tabellone e kilometraggio. Le immagino come capitoli, apparizioni misurate: serate scelte, contesti giusti, luoghi che abbiano senso per questa storia. Ma al momento non abbiamo fretta di fissare date, e soprattutto non abbiamo l'urgenza di “esserci” per forza. Insomma: niente concerti in vista adesso. E in fondo, coerentemente, è quasi una buona notizia: significa che il progetto sta in piedi anche senza correre.
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